p 122 .

Paragrafo 2 . Signorie, repubbliche e regni.

     
Usciti  vincitori  nel secolo tredicesimo dallo scontro  con  i  Della
Torre  per il dominio di Milano, i Visconti assecondarono il  secolare
processo di conquista che la citt aveva intrapreso a danno dei comuni
limitrofi.
     Nel  corso  del  Trecento essi riuscirono ad  aggregare  ai  loro
possessi  gran  parte della Lombardia, dell'Emilia e i  territori  che
erano  appartenuti  ai  veronesi  Della  Scala.  L'apogeo  della  loro
aggressiva  politica  si  ebbe con l'ascesa di  Giangaleazzo  Visconti
(1378-1402), che, ricevuto dall'imperatore il titolo di duca, port  i
confini della signoria fino a Perugia. Il dominio cos realizzato  era
per  assai poco compatto e politicamente debole, tanto che, scomparso
Giangaleazzo,  la signoria viscontea perse gran parte delle  conquiste
da  lui  effettuate. Essa torn ad estendersi con Filippo Maria (1412-
1447),  le  cui ambizioni espansionistiche vennero per frenate  dalla
decisa  opposizione di Venezia e Firenze; con la sua morte la dinastia
viscontea  si  estinse. Dopo una breve esperienza comunale,  nel  1450
Milano  pass  sotto  la  signoria dell'ex  condottiero  dei  Visconti
Francesco Sforza, la cui famiglia rest a capo della signoria milanese
fino al 1535.
     A   Venezia,  dopo  la  "serrata  del  Maggior  Consiglio"  (vedi
capitolo  Sei, paragrafo 5), che aveva drasticamente delimitato,  alla
fine  del  Duecento, la partecipazione dei cittadini alle  istituzioni
politiche, l'oligarchia dominante pot esercitare il potere con ancora
maggiore stabilit.
     Ma  una  grave  minaccia  all'integrit  di  Venezia  ed  al  suo
ulteriore  sviluppo  era  costituita dalla  rivalit  commerciale  nel
Mediterraneo  con  Genova,  che aveva portato  a  guerre  dispendiose,
disfatte militari e sofferte vittorie.
     Fra  i  secoli  quattrodicesimo e quindicesimo, in parte  per  la
necessit di procurarsi un'ampia disponibilit di derrate alimentari e
di   sbocchi  commerciali  in  terraferma,  in  parte  per  rispondere
all'aggressivit  milanese,  i veneziani  condussero  una  sistematica
conquista  del  retroterra  veneto, che  non  solo  consent  loro  di
annettersi  il Veneto fino alle Alpi, ma che, con l'indebolimento  del
dominio  dei  Visconti seguito alla morte di Giangaleazzo,  si  estese
fino ad insinuarsi nel Bergamasco e nel Bresciano. Nel corso di questa
espansione   verso  occidente,  l'esercito  veneziano,   guidato   dal
condottiero Francesco Bussone detto il Carmagnola, inflisse  a  quello
milanese, nel 1427, la pesante sconfitta di Maclodio (Brescia).
     Anche  la repubblica fiorentina, mentre si opponeva all'offensiva
di  Giangaleazzo con una serie quasi ininterrotta di guerre,  riusciva
ad  estendere il suo dominio a gran parte della Toscana (Arezzo, Pisa,
Livorno),  dopo  avere assoggettato Pistoia. Siena  e  Lucca,  invece,
sfuggirono alle sue mire espansionistiche.
     
     p 123 .
     
     [Cartina   non   riportata:  Il  tentativo   espansionistico   di
Giangaleazzo Visconti].
     
     Ma  il  continuo sforzo prodotto nei conflitti contro i  milanesi
ed   i  loro  alleati,  che  era  proseguito  nei  primi  decenni  del
Quattrocento, aveva usurato le finanze pubbliche e spinto le  autorit
cittadine  ad  aggravare il prelievo fiscale ai danni soprattutto  del
popolo  minuto.  La  conseguente tensione sociale  favor  Cosimo  de'
Medici,  che,  atteggiandosi a difensore degli interessi delle  classi
popolari  e  sostenuto  da  altre  potenti  famiglie  della  borghesia
mercantile  e  artigiana,  riusc ad avere la  meglio  sull'oligarchia
dominante, capeggiata dalla famiglia degli Albizzi.
     Preso  il  potere  nel  1434, Cosimo non  assunse  nessun  titolo
particolare
     
     p 124 .
     
     n  mut  forma  di  governo, ma resse lo stato  curando  che  le
principali  cariche pubbliche venissero assegnate ai suoi sostenitori,
colpendo   gli  avversari  politici  con  pesanti  misure  fiscali   e
procurandosi  consenso attraverso un'illuminata opera di  mecenatismo.
Il suo regime, che i discendenti ereditarono e mantennero per tutto il
Quattrocento,  per  poi  trasformarlo  in  un  granducato  nel  secolo
seguente,  era  dunque  una  signoria  mascherata,  o,  come    stato
definito, una "cripto-signoria".
     Anche  Genova nel corso del Quattrocento riusc a tenere alto  il
suo prestigio mercantile, insidiato nel Mediterraneo dalla concorrenza
dei catalani e dei veneziani, pur dovendo ridurre le sue basi in Medio
Oriente, in seguito all'espansione dei turchi ottomani. Rispetto  agli
altri stati forti italiani essa tuttavia mostrava alcuni punti deboli:
non  poteva allargare il proprio retroterra, per l'incombente presenza
della  catena  appenninica, ed era governata da una  classe  dirigente
scarsamente compatta, divisa in fazioni spesso in lotta fra loro  e  i
cui esponenti non esitavano ad appoggiarsi alle potenze vicine, come i
Visconti e i re di Francia.
     Nonostante  le  temporanee  occupazioni  straniere   a   cui   fu
sottoposta,  la  repubblica genovese, grazie alla  successiva  entrata
nell'orbita  degli interessi spagnoli, sarebbe riuscita a sopravvivere
per  tutto  il  Settecento, quando cadde in una  irreversibile  crisi,
venendo infine stritolata nella morsa di francesi e piemontesi.
     Sul  territorio italiano soltanto due erano le monarchie  fondate
su   una   lunga   tradizione  dinastica,  e   dotate   di   prestigio
internazionale: il regno di Napoli e lo Stato pontificio. Quest'ultimo
per,  ricomposto  grazie  all'opera tenace del  cardinale  Egidio  di
Albornoz  (vedi  capitolo Dieci, paragrafo 4), non  rappresentava  uno
stato  forte  ed  accentrato:  al suo interno,  infatti,  godevano  di
notevole autonomia alcuni potenti vassalli, come i Montefeltro,  duchi
di  Urbino,  e i Malatesta, signori di Rimini, mentre una  miriade  di
signorie romagnole e marchigiane era in continuo fermento.
     Per  parte  loro  i  papi,  a cominciare  dall'aragonese  Alfonso
Borgia, che assunse il nome di Callisto terzo (1455-1458), praticavano
una  politica nepotista, assegnando importanti feudi a parenti,  senza
curarsi  del  retto  comportamento  dei  raccomandati  e  della  buona
amministrazione dello Stato.
     Il  regno  di  Napoli  restava l'unica  istituzione  presente  in
Italia  dotata  di  una  lunga  tradizione  di  stato  burocratico  ed
accentrato. Tuttavia anch'esso si era andato indebolendo. Infatti,  n
il  governo  degli  Angioini, preda di numerose crisi  dinastiche,  n
l'avvento dell'aragonese Alfonso quinto il Magnanimo (1442-1458),  gi
re   di  Sicilia  e  d'Aragona  (1416-1458),  poterono  stroncare   il
particolarismo politico causato dal potere locale dei baroni, che  era
cresciuto smisuratamente nel corso del quattrodicesimo secolo.
     Alfonso  d'Aragona,  padrone  di  un  dominio  che  tagliava   da
occidente   ad  oriente  tutto  il  Mediterraneo  (Aragona,  Sardegna,
Sicilia,   Italia   meridionale,   regni   vassalli   dell'Albania   e
dell'Epiro),  si  era  presentato come  il  pi  potente  monarca  che
calcasse  il  suolo  italiano;  ma neppure  lui,  dopo  aver  vinto  i
pretendenti  angioini al trono napoletano, fu capace di realizzare  la
riunificazione dell'Italia, o perlomeno un'ulteriore ricomposizione in
due  sole  grandi entit, che pure tent di concretizzare in  concerto
con  Filippo  Maria  Visconti: i fiorentini gli  opposero  i  migliori
capitani di ventura del tempo, facendolo desistere dall'impresa.
